Presto arriveremo a Roma

Tutte le volte che l’Isis ha minacciato l’Italia e perché
L’ultimo avvertimento arriva da Sirte. Trovato il video di un jihadista tunisino che riconosce l’Italia come bersaglio dell’Isis. Nel mirino soprattutto la Capitale, in particolare il Colosseo e il Circo Massimo

Giugno 2016
“Presto arriveremo a Roma. La città simbolo dell’Occidente infedele. E da lì prenderemo tutta l’Europa, dalla Libia è facile. Per i cristiani e gli infedeli resteranno solo tre alternative: convertirsi all’Islam, pagare la tassa prevista della nostra legge religiosa se non intendono farlo, oppure venire uccisi”. Lo ha sbandierato al Corriere della Sera lo scorso giugno Mahmud Ibrahim, kamikaze dell’Isis arrestato poco prima di farsi saltare in aria in Libia a Tripoli nel nome dello Stato islamico. I suoi obiettivi principali: il generale italiano Paolo Serra, l’inviato Onu Martin Kobler e il premier Fajez Serraj.
Agosto 2016: Sirte è “il porto marittimo dello Stato islamico, il punto di partenza verso Roma… con il permesso di Dio”. È la frase minacciosa scritta dai jihadisti dell’Isis su un muro della città. La scritta è stata fotografata dalle stesse milizie che quotidianamente pubblicano sul loro sito Facebook le varie fasi dell’operazione militare per la liberazione dall’Isis. La scritta sta a testimoniare la crudezza dei messaggi, in questo caso mediatici, dei fondamentalisti legati ad al Baghdadi. Messaggi minacciosi per intimidire la popolazione libica di Sirte ed invogliare a nuove azioni terroriste.
Settembre 2016 “Da Sirte partiremo alla conquista di Roma”
“Arriveremo dalla Libia e conquisteremo Roma”. La minaccia porta il marchio della bandiera nera dello Stato islamico che campeggia in alto a destra in un video mai pubblicato di circa sei minuti, dove un adepto di Abu Bakr al Baghdadi, un terrorista alle prime armi forse tunisino, minaccia espressamente la capitale italiana. È la conferma dei piani di sfondamento sulle sponde del Mediterraneo da parte dell’Isis in Libia che emergono sempre più evidenti man mano che Sirte è liberata. Un risultato ottenuto grazie agli sforzi e al sacrificio delle «katibe» libiche alleate di Fayez al Sarraj che hanno appena ripreso il controllo del Quartiere 1 pagando con 12 morti e circa 60 feriti. Progressi compiuti grazie all’aiuto dei raid americani e delle forze speciali britanniche e Usa, a cui si aggiungono gli italiani nelle retrovie. Anche a loro si rivolgono gli anatemi contenuti nel video girato a Bengasi e ritrovato a Sirte, rara testimonianze audiovisiva di minaccia espressamente rivolta all’Italia. Il protagonista è molto giovane, probabilmente appartenente al vivaio della jihad tunisina che in Libia rappresenta la cupola dell’Isis. Si presenta come Abu Omar al-Magrebi, forse uno studente di medicina visto che in un tratto del filmato indossa un camice bianco e insegna a un gruppo di jihadisti sudanesi procedure di pronto soccorso e rianimazione. Dal minuto 3 e 45 iniziano le invettive contro i nemici del califfato libico. Poi l’Europa, l’Italia in primis. Abu Omar si fa riprendere con il kalashnikov mentre un veterano della jihad, dalla lunga e folta barba nera, gli spiega come colpire gli infedeli. “Dalla Libia, da qui (Bengasi) daremo fuoco alle polveri che avvolgeranno l’Andalusia e Roma, se lo vorrà Allah”.
Le prime minacce all’Italia
Non sono certo le prime volte che lo Stato islamico minaccia di conquistare la capitale dell’Italia. Il primo squillo di tromba è venuto dallo stesso “califfo” Abu Bakr al-Bahdadi in persona, nel luglio del 2014: “Il terrorismo significa credere in Allah, rivolgersi alla legge di Allah per essere giudicati. Terrorismo significa adorare Allah come Lui ha ordinato. (…) Solo insistendo su questa via, conquisteremo Roma e ci impadroniremo del mondo”. Si tratta dell’ultimo grande discorso fatto dal comandante dello Stato islamico prima di essere bersagliato da bombardamenti e rintanarsi chissà dove.
La bandiera in San Pietro
Il secondo avvertimento un mese dopo. Il portavoce dell’Isis, Abu Muhammed al-Adnani al-Shami, ha diffuso un audio con queste parole: “Con il permesso di Allah, conquisteremo Roma, spaccheremo le vostre croci e renderemo schiave le vostre donne. Questa è la promessa che Lui ci ha fatto (…) e Lui mantiene le promesse”. A ottobre, la minaccia è arrivata su carta, con la pubblicazione del quarto numero della rivista jihadista Dabiq. La copertina del numero, dal titolo “La crociata fallita”, mostrava con un fotomontaggio una bandiera nera che sventola sull’Obelisco di Piazza San Pietro. Con il termine “crociati”, i terroristi si riferiscono ai cristiani ma soprattutto agli occidentali in generale, colpevoli secondo loro di aver colpito e umiliato più volte nella storia il popolo musulmano.
“Conquisteremo Roma”
Dopo tre mesi di silenzio, a febbraio i jihadisti sono tornati alla carica. Nel filmato che riprende i terroristi mentre sgozzano 21 cristiani egiziani in Libia, già dichiarati martiri, uno di loro afferma guardando la telecamera: “Siamo qui, siamo a sud di Roma. Conquisteremo Roma con la volontà di Dio, questa è la promessa del nostro Profeta”. La promessa è stata ribadita di nuovo ad aprile 2015, “Tra sette mesi arriverà l’anticristo e Roma sarà saccheggiata”, e a maggio 2016, quando in uno dei tanti filmati di propaganda un jihadista mascherato inneggia riferendosi agli attentati: “Se ieri è toccato a Parigi, oggi a Bruxelles, solo Allah sa dove accadrà domani. Forse a Londra, a Berlino o a Roma”.
Propaganda apocalittica
Al momento non ci sono indicazioni su un attacco imminente da parte dell’Isis e la propaganda jihadista su Roma ha un preciso significato religioso e quindi di marketing, che si basa su un famoso hadith, cioè una frase (o un episodio) tradizionalmente attribuita a Maometto: “Invaderete la Penisola arabica, e Allah vi darà la forza per conquistarla. Poi invaderete la Persia, e Allah vi darà la forza per conquistarla. Poi invaderete Roma, e Allah vi darà la forza per conquistarla. Quindi combatterete il Dajjal, e Allah vi darà la forza per sconfiggerlo”. Il Dajjal è una specie di ‘Anticristo’ che comparirà quando ci sarà la fine del mondo. Lo Stato islamico dunque, quando dà voce ai suoi altisonanti annunci, segue una precisa escatologia. La battaglia contro i “crociati”, identificati con i cristiani e ora più in generale con gli occidentali che hanno preso parte alla coalizione guidata dall’America per ‘annientare’ i jihadisti, è solo un passaggio intermedio. Seguendo l’escatologia fissata negli hadith, questa battaglia si combatterà a Dabiq, città nel nord della Siria, ma non sarà l’ultima. La battaglia finale prima del Giudizio universale, infatti, sarà contro gli ebrei. Dice un altro famoso hadith di Maometto: “La fine del mondo non arriverà fino a quando i musulmani non combatteranno e uccideranno gli ebrei; e gli ebrei si nasconderanno dietro ai sassi e agli alberi, e i sassi e gli alberi chiameranno: ‘O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me. Vieni e uccidilo’. Tranne l’albero di ghardaq, che è l’albero degli ebrei”. Ecco perché per gli uomini di Al-Baghdadi è così importante esclamare: “Siamo a sud di Roma”. Questo è un messaggio per tutti i suoi seguaci e non solo, un segnale che il califfo sta compiendo la storia scritta nella tradizione islamica. Secondo il percorso originale, in realtà, Roma dovrebbe aspettare ancora un po’. Prima viene la conquista dell’Arabia Saudita, con l’occupazione di La Mecca e Medina, e la deposizione della dinastia corrotta degli Al-Saud; poi l’occupazione dell’Iran; solo allora sarà la volta di Roma, e infine Gerusalemme.

Maria Rita Cappucci