Intervista alla scrittrice Dacia Maraini

La scrittrice Dacia Maraini ci ha raccontato del suo nuovo romanzo “La bambina e il sognatore” che presenterà a Velletri

Calarmi nei panni di un personaggio maschile all’inizio mi agitava, ma poi ho pensato: un uomo visto dall’interno, non è prima di tutto un essere umano?
Da lì ho cominciato ed è stato bellissimo

La lettura è spesso un’opportunità per fare lunghi viaggi verso realtà sconosciute, dove il nostro essere si perde per poi ritrovarsi, magari cambiato, ma senza dubbio arricchito nello spirito e nell’intelletto. Sfortunatamente non tutte le storie hanno questo effetto su chi le legge, ma ciò dipende molto dal narratore, che deve essere tanto abile nel tessere accuratamente le fila del proprio racconto, così da condurre il lettore attraverso la propria storia, fino all’ultima riga. In questo, il nostro personaggio è un vero maestro. Come tutti i grandi narratori, Dacia Maraini ama accompagnare il lettore, passo dopo passo, nel suo universo narrativo, in quel microcosmo di personaggi, sentimenti, luoghi e avventure semplici ma al contempo straordinarie, soprattutto mai scontate. Per questo la scrittrice toscana nella sua lunga carriera, ha sempre cercato di cambiare il punto di osservazione del suo mondo narrativo e stavolta, nel suo ultimo romanzo “La bambina e il sognatore” l’ha fatto in modo più evidente, calandosi nei panni di un uomo. Il protagonista della storia è Nani Sapienza, un maestro elementare dalla profonda umanità, provato pesantemente dalla vita eppure sorretto da un grande amore verso i suoi alunni e dalla sua straordinaria capacità di conquistare il loro interesse attraverso la forza evocativa delle storie. Del suo libro e dei molti ed attualissimi temi che contiene, abbiamo parlato con Dacia Maraini, rimanendo colpite dalla cortesia e disponibilità nel raccontarci anche un po’ di se, del suo modo di vedere la vita, la libertà e la
scrittura, che lei stessa definisce una “terapia” un modo per conoscersi da vicino, per scavarsi dentro, perché cercare se stessi è senza dubbio un procedimento molto duro, ma necessario per trovare e vera essenza della felicità.
Partiamo dal suo ultimo romanzo “La bambina e il sognatore”, lei ha dichiarato: “Per la prima volta ho preso come protagonista di un mio romanzo una figura maschile e questa novità mi mette un poco di agitazione”. Per quale motivo?
Perché ero abituata a identificarmi con un personaggio femminile. Non avevo mai affrontato una prima persona maschile. E avevo un poco di timore. Ma un uomo visto dall’interno, non è prima di tutto un essere umano? Da lì ho cominciato e mi sono trovata benissimo.
Elemento centrale per delineare il personaggio di Nani è anche il suo mestiere di maestro. Il suo metodo didattico si fonda sulla narrazione, sull’universo delle storie. Quanto è importante secondo lei la dimensione del racconto per la crescita dei ragazzi?
Sono vari i maestri che ho incontrato nelle mie visite alle scuole che mi hanno detto quanto i bambini si appassionano alle storie. Io stessa apprendo molto più dai racconti e dalle fiabe che dai saggi. Ascoltare una narrazione mette in moto i sensi oltre che le capacità intellettuali.
Nei sui romanzi ha raccontato sempre storie di grandi donne, ricordiamo tra le ultime quella di Santa Chiara d’Assisi che lei stessa definisce “un’antesignana nella difesa dei diritti delle donne perché conciliava un’adesione formale alle regole misogine con una prassi di libertà”. A tal proposito mi viene da chiederle, per lei oggi cos’è la libertà?
La libertà è un divenire. Non si è mai veramente liberi, ma si può tendere verso la libertà, anzi direi che una persona orgogliosa vive sempre progettando strategie di libertà, anche se è possibile che non raggiunga mai quella a cui aspira. Ci sono sempre troppi condizionamenti e troppe concessioni da fare. Ma è importante non desistere mai dalla tensione verso la libertà . Un po’ come la felicità, che è sempre presente nelle nostre aspirazioni, anche se non la raggiungiamo quasi mai del tutto. A volte ci accorgiamo che siamo stati felici, ma solo quando non ne eravamo pienamente consapevoli.
Nel suo libro “Amata scrittura”, si legge: “Scrivere è come andare in analisi”. Quanto per lei la scrittura è stata terapeutica?
Sono fermamente convinta che la scrittura sia terapeutica. Per questo incoraggio sempre, anche chi non ha voglia di intraprendere la professione, di segnare su un quaderno le sue idee, i suoi sentimenti, ciò che vive, vede e sperimenta durante la giornata. È un ottimo esercizio per stare meglio e capire qualcosa di noi stessi.
L’opinione pubblica torna a dividersi per la questione delle unioni civili. Insieme ad altri scrittori e registi ha firmato una petizione a favore che il disegno di legge non venga modificato. Pensa che il governo farà un passo indietro?
Ho firmato quella petizione un poco riottosa, ma per fiducia nell’associazione “SE NON ORA QUANDO” che stimo e di cui mi considero amica. Poi ho scoperto che anche loro erano divise all’interno. Infatti le cose sono complicate. Ho molte perplessità sull’uso eccessivo e cinico della tecnologia quando si parla del corpo umano, ma rifletto che le questioni biologiche non sono mai definitive. La biologia è dentro la storia, ciò che costituisce la sua forza ma anche la sua debolezza. L’importante nella cura dei figli non è il sesso del genitore, ma l’amore, le cure, l’affettività, la buona educazione che un bambino riceve dall’adulto.

Maria Rita Cappucci

Amiamo concludere le nostre interviste con un vizio, una virtù e un desiderio.
Vizio: lavorare troppo. Dovrei imparare a staccare, e invece sono sempre lì al tavolino, fino a tardi la sera.
Virtù: potrebbe essere il rovescio del vizio. Sono appassionata al mio lavoro e non lo lascio mai, sono scrupolosa e perfezionista.
Desiderio: vorrei stare bene ed essere autonoma, non dipendere dagli altri.

BIOGRAFIA
Dacia Maraini nasce a Fiesole (Firenze). La madre Topazia appartiene ad un’antica famiglia siciliana, gli Alliata di Salaparuta. Il padre, Fosco Maraini, per metà inglese e per metà fiorentino, è un grande etnologo ed è autore di numerosi libri sul Tibet e sull’Estremo Oriente. La famiglia Maraini si trasferisce in Giappone nel ‘38 per seguire il padre in un suo studio sugli Hainu, una popolazione in via di estinzione stanziata nell’Hokkaido.Nel ‘43 il governo giapponese, in base al patto d’alleanza cha ha stipulato con Italia e Germania, chiede ai coniugi Maraini di firmare l’adesione alla Repubblica di Salò. Dato il loro rifiuto vengono internati insieme alle tre figlie in un campo di concentramento a Tokyo, dove patiscono due anni di estrema fame e vengono liberati soltanto a guerra finita dagli americani. Nella sua collezione di poesie “Mangiami pure” del 1978, la scrittrice racconterà delle atroci privazioni e sofferenze di quegli anni. Rientrati in Italia, i Maraini si trasferiscono in Sicilia, presso i nonni materni, nella villa di Bagheria. Qualche anno dopo la famiglia si divide: il padre va ad abitare a Roma, lasciando a Palermo sua moglie e le tre figlie che frequentano le scuole in città. Per Dacia sono gli anni della prima formazione letteraria, ma soprattutto del sogno di una fuga che però arriva soltanto al compimento del diciottesimo compleanno, con la decisione di andare a vivere a Roma con il padre. Qui prosegue il liceo e per guadagnare si arrangia facendo l’archivista, la segretaria, la giornalista di fortuna. A ventuno anni fonda, assieme con altri giovani, la rivista letteraria «Tempo di letteratura», e comincia a collaborare con dei racconti a riviste quali «Paragone», «Nuovi Argomenti», «Il Mondo». Nel 1962 pubblica il suo primo romanzo, “La vacanza”, cui seguono “L’età del malessere” e “A memoria” (1967). Intanto si sposa con Lucio Pozzi, pittore milanese da cui si divide dopo quattro anni di vita comune e un figlio perso poco prima di nascere. In questi anni Dacia Maraini comincia a occuparsi anche di teatro. Fonda, assieme ad altri scrittori, il Teatro del Porcospino, in cui si rappresentano solo novità italiane, da Gadda a Parise, da Siciliano a Tornabuoni. Proprio in questo periodo incontra Alberto Moravia, che nel 1962 lascia per lei la moglie e scrittrice Elsa Morante: i due vivranno insieme a lungo, fino ai primi anni Ottanta. Nel ‘73 fonda assieme ad altre autrici, il Teatro della Maddalena, gestito e diretto da donne. Lei stessa scrive molti testi teatrali, tra i quali “Maria Stuarda”, “Dialogo di una prostituta con un suo cliente”, “Stravaganza” e altri. Nel ‘90 esce “Lunga vita di Marianna Ucrìa”, che vince il Campiello e altri prestigiosi premi, e ottiene un enorme successo di critica e pubblico. I grandi temi sociali, la vita delle donne, i problemi dell’infanzia sono sempre al centro delle sue opere: pensiamo al saggio sulla modernità e sull’aborto “Un clandestino a bordo (1996), al libro intervista “E tu chi eri?” (1998) e alla raccolta di racconti sulla violenza sull’infanzia “Buio” (1999). Tra il 2000 e il 2001 vengono pubblicati: “Amata scrittura”, “Fare teatro 1966-2000” e “La nave per Kobe”. La letteratura, la famiglia e il mistero del corpo sono i temi principali di “Colomba” (2004). A novembre 2015 è uscito il suo ultimo romanzo “La bambina e il sognatore” edito da Rizzoli. Ancora estremamente prolifica, Dacia Maraini viaggia attraverso il mondo partecipando a conferenze e prime dei suoi spettacoli. Attualmente risiede a Roma.