I mille volti di Maddalena

BarbaraMaddalena piangente, Maddalena penitente, Maddalena che asciuga i piedi di Cristo con i suoi lunghi capelli, Maddalena “Apostola degli Apostoli”, immagine dell’amore, della sofferenza e della resurrezione. E’ il ruolo che le ha conferito Papa Francesco, istituendo ufficialmente la sua festa per onorare e riscattare con lei tutte le donne che patiscono mille ingiustizie e sopraffazioni. Una figura tra storia, mito e leggenda che ha affascinato da sempre l’immaginario collettivo e, in primis, una miriade di Artisti da Simone Martini a Canova, come si può ammirare nella Mostra appena inaugurata, a cura di Vittorio Sgarbi, nel Museo-Antico, tesoro della Santa Casa di Loreto (Ancona) fino a gennaio 20017 dal titolo emblematico “La Maddalena, tra peccato e penitenza”. Sì perché se da una parte viene descritta come la fedele sposa di Cristo che sceglie proprio lei come testimone della sua resurrezione, a dimostrazione di quanto stretto fosse il loro legame, anche se le dice “noli me tangere” perché ormai il suo corpo era puro spirito, dall’altra c’è una Maria di Magdala, forse confusa con una Maria Egiziaca, vissuta nel peccato prima della conversione, secondo le poche testimonianze dei Vangeli apocrifi, forse posseduta da Dioniso, il Dio dell’ebrezza, del confondersi dell’animo, il dio che si appropria delle vite altrui spezzando ogni legame, come afferma Elèmire Zolla in “Dioniso errante”, ma anche il dio della liberazione e soprattutto dell’affrancamento delle donne da ogni schiavitù, divenendo addirittura guide spirituali depositarie delle estasi più profonde. Sì, tutto fa pensare a lei, Maddalena, così come l’hanno dipinta Carlo Crivelli nel Trittico di Montefiore dell’Aso, Ercole De Roberti che la ritrae al culmine del dramma mentre urla disperata il suo dolore ai piedi della croce e calde lacrime le inondano il viso, nella Cappella dell’Assunzione in San Pietro a Bologna e ancora con le due versioni della resurrezione, una in chiave visionaria e l’altra idilliaca ad opera di Mattia Preti (1670) e di Gregorio De Ferrari e moltissimi altri che hanno visto in lei una icona della santità e della perdizione. “dell’amore tra peccato e penitenza”, ma soprattutto una figura che ci invita a riflettere più seriamente sulla dignità della donna, la nuova evangelizzazione e la grandezza del mistero della Misericordia.